TESTIMONIANZE


IL LAGO IN SOFFITTA

Ugo Mursia Editore
(pag 232)

La voce delle cose.
Alcune considerazioni sul romanzo di Costanza Savini, Il lago in soffitta.

"...Ogni vita, nel suo inseguirsi e nel suo raggiungersi,
aspira al compimento di una favola.
Noi chiamiamo in causa il destino,
perché dimentichiamo il nostro scopo più profondo...
in qualche remoto giardino, o congiunzione stellare, dell’infanzia.
La vita è tutta tributaria degli inizi,
e nelle latitudini più intime, si è bambini per sempre..."

Giorgio Celli

Il romanzo comincia ponendo le coordinate temporali entro cui si svolge la narrazione. È la vicenda di Nina, ultima nata della famiglia Del Meis, sfollata a Costermano sulle rive del Garda, tra il 1942 e il ’45. Le peripezie della bambina e dei suoi cugini e gli accadimenti, anche drammatici, che coinvolgeranno tutta la sua famiglia, hanno dunque luogo sullo sfondo dei tragici e cruenti avvenimenti della Repubblica di Salò. Ma si tratta di un romanzo storico sui generis, perché, subito dopo averlo presentato, l’Autrice ‘sospende’, lascia sfumare, per dir così, per buona parte del libro, lo scenario epocale nel quale colloca la fabula che ordisce. I campi, il bosco di Murlongo, l’antica villa dove i protagonisti si rifugiano sono, infatti, «un mondo a sé», chiuso e protetto dal lago in una «bolla... fuori dal tempo, dalla quale la guerra» sembra ai ragazzi «quasi irreale e lontana». Come scrive Giorgio Celli, con precisione ed efficacia, nella sua bella prefazione, la narrazione assume i toni, i colori ed i ritmi «non dell’epica ma dell’elegia», e la Storia si trasforma in «epopea privata», in «leggenda personale». L’Autrice attinge la materia per questo suo racconto allegorico ed onirico soprattutto dall’esperienza diretta della madre, da lei rivisitata, interpretata e interiorizzata nell’unico modo in cui la Storia può essere rivissuta, ovverosia attraverso il linguaggio: nella scrittura che li testimonia e li perpetua, facendoli diventare patrimonio anche di chi legge(1), i ricordi e le parole della madre trovano una trasfigurazione fantastica, una reinvenzione narrativa (passando attraverso il caleidoscopio di uno stile che mescola sapientemente ad un limpido realismo – con cui vengono riportati cronologicamente i fatti di quel periodo – l’espressionismo lirico e visionario delle descrizioni d’ambiente, dei paesaggi naturali e dei personaggi).
In questa sua originalissima «réchèrche vissuta... per delega materna», come Celli, acutamente, la definisce, Costanza Salvini, grande affabulatrice e incantatrice, descrive come un rito iniziatico il passaggio di Nina e dei suoi cugini dall’infanzia alla piena adolescenza.
Tale ‘cerimoniale di crescita’ ha inizio proprio nel momento in cui Nina fa il suo ingresso nella villa, nel giardino adiacente ad essa, e nel bosco labirintico e concentrico che li separa dal lago. Nina avverte subito come questi luoghi siano, in verità, sacri, affascinanti e misteriosi, portatori di segreti che lei, con i cugini, si sente chiamata a scoprire. Quel bosco fatato (dove Nina vede o percepisce cose che non ha mai visto, ma che sente di conoscere da sempre); quella casa («il grande ventre materno che, da incalcolabili generazioni» ha partorito tutta la sua famiglia), che di notte sembra animarsi di vita propria, con i suoi mormorii, scricchiolii e fruscii strani, e il lungo, profondo ‘respiro del tempo’ che discende incessantemente dalla soffitta fino alle fondamenta di essa, sembrano voler comunicare ai ragazzi qualcosa di enigmatico in un linguaggio ‘arcano, remoto’ e cifrato.
Tutto ciò che esiste nella casa e intorno ad essa appare alla protagonista e ai suoi compagni– per dirla con Baudelaire – come un intrico di simboli al quale la fantasia e la capacità di intuizione devono attribuire un senso ed un valore; le cose sono geroglifici che nascondono un mistero, hanno un passato, una memoria, rimandano «a uomini, a storie, e forse anche a qualcosa... di divino». Tutto il visibile è allegoria dell’invisibile (si potrebbe dire, riprendendo e parafrasando un aforisma di Schlegel(2)), e deve esser decifrato(3), interrogando gli oggetti e ritrovando – più o meno com’era per gli scienziati del Rinascimento – le affinità, le corrispondenze, le analogie, le «parentele, somiglianze fantastiche e strane» sussistenti tra le cose.
Il libro mostra, appunto, la meravigliosa indagine che i ragazzi dovranno compiere per intendere e tradurre la voce delle cose. Clessidre, libri ed altri oggetti, rinvenuti nella villa e nel giardino custodiscono, infatti, qualche verità sorprendente ed inquietante sul passato della famiglia Del Meis, che i protagonisti vogliono carpire. L’investigazione condurrà fatalmente i cugini «indietro nel tempo», sulle tracce delle loro origini e delle loro radici, e li vedrà impegnati a districare «gli intrecci di una catena» circolare «della quale loro» non sono «che l’ultimo anello». Al termine della loro ricerca, Nina e gli amici giungeranno, finalmente, a raccogliere dal mondo ciò che appartiene loro «per destinazione», e a comprendere che gli uomini possono vedere molto più di quanto possano spiegare in termini razionali. Li seguiremo in imprese ‘eroiche’ e giocose: esplorazioni di gallerie sotterranee, fughe notturne e la costruzione di una teleferica per raggiungere il cielo (simile a quella che i fascisti vorrebbero costruire per trasportare in Svizzera il famigerato ‘oro di Dongo’). Questo percorso di iniziazione e di decifrazione (durante il quale i ragazzi sentiranno le loro anime maturare come farfalle che stanno uscendo dal bozzolo), questa metafora della fine dell’infanzia è «l’equivalente» della «cerca del Graal», cui il libro si riferisce esplicitamente.
Si diventa adulti a poco a poco, ma l’infanzia si conclude, per tutti, all’improvviso, precipitosamente: con il primo amore, timido e furtivo, ma soprattutto con l’esperienza ineluttabile dell’assurdità del dolore e della morte. Anche per Nina e i suoi cugini sarà così. Smetteranno di essere bambini quando le atrocità della guerra e le ingiustizie inspiegabili della sorte verranno a sconvolgere anche Villa Del Meis e i suoi abitanti che fino ad allora hanno vissuto «sulle sponde del lago come su un isola», al riparo dal tempo, dalle paure e dalle catastrofi che esso porta con sé.
E la fine del secondo conflitto bellico mondiale porterà davvero una trasformazione violenta e irreversibile: il definitivo tramonto di quel mondo agricolo e rurale dove Nina ha vissuto in quegli anni, soppiantato e cancellato, insieme alle sue tradizioni ed ai grotteschi, saggi e commoventi personaggi che lo popolano, dal ‘mondo nuovo’ della tecnica e della modernità industriale, dove (come profetizza Don Tullio, il prete-alchimista) tutto sarà eccesso e artificio, le macchine si frapporranno tra gli uomini e la Natura, « le abitazioni, gli utensili e anche il cibo non ci parleranno più della pietra, degli alberi e delle mani da cui provengono»; gli spazi dove viviamo si trasformeranno in un immenso «laboratorio ben attrezzato, dove illusionisti vestiti da scienziati, senza fede o rispetto per ciò che di inviolabile si cela nelle cose, compiranno artifici per cui la stessa vita reale diventerà un surrogato». In questa nuova epoca, le radici magiche ed esoteriche che Nina ed i suoi cugini hanno ricercato e trovato verranno quasi certamente dimenticate.
Ma Nina non ha paura, poiché ora ha capito che vivere è essenzialmente ricordare: la realtà è intessuta di rammemorazioni, e nulla nel corso degli eventi va perduto: ogni cosa può essere salvata dall’oblio, se lo si vuole.
E tutte le volte che lei volgerà, per un momento, le spalle alla luce del suo futuro per guardare nuovamente il bosco di Murlongo sotto la luna, potrà vedere le care ombre, le presenze fantomatiche e tutelari dei suoi antenati camminare senza fretta tra gli alberi, in una eterna processione, immaginaria ma non per questo irreale.

(1) Cfr. W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull'opera di N. Leskov; in: Angelius Novus, Einaudi, 1995.
(2) F. Schlegel, Framnmenti critici e poetici, Einaudi, 1998, [p.93]
(3) Costanza Savini sembra dirci, professando un suo particolarissimo immanentismo o panteismo, insieme poetico e mistico, che la realtà è essa stessa ierofania (usando un termine di Spinoza), ovvero manifestazione, o rappresentazione, del sacro e del mistero (del Logos, in altre parole), che è iscritto in forma criptica nelle cose e si rende visibile, semplicemente ed immediatamente, attraverso la loro silenziosa e paziente presenza.

Claudio Beghelli 13, 14 giugno 2007


Esistono giovani narratori in grado di imporsi all’attenzione del pubblico per avere da subito una propria cifra di scrittura, netta e identificabile senza possibilità di equivoco; e tra questi si colloca senz’altro Costanza Savini, fin dal suo esordio con i racconti de Le saponette magiche (Campanotto, 2002) a cui segue ora, per i tipi di Mursia, il romanzo Il lago in soffitta. In un affresco che comprende, sapientemente miscelati, gli eventi bellici dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 e un’epopea familiare tra Bologna e il lago di Garda, Savini giostra in scioltezza con la materia narrativa creando una sorta di ambiguità tutta poetica tra autobiografia e finzionalità, tra nostalgia struggente del “come eravamo” e Bildungsroman.
L’elemento in più – quello che spesso contraddistingue il vero autore – Savini lo aggiunge abbandonandosi a ciò che sa fare meglio, la sua arte appassionata del cesello, della definizione di certi suoi micromondi in cui i personaggi sono ricchissimi di umanità ed altruismo, in cui essi si fanno strumento di una continua e gioiosa celebrazione della natura e dei luoghi cari, di una vera e propria biofilia che si realizza anche attraverso una girandola di stimoli sensoriali, tra colori, odori e sapori, quasi a rappresentare la naïveté di certo idealismo che pure non ha nulla di premeditato o strategicamente new age, dacché sgorga da un’ispirazione puramente vocazionale e non contaminata. Dunque Il lago in soffitta è lettura per l’estate ma anche da caminetto, oggi come tra qualche anno, perché infatti non segue le brezze di stagione o i trend di genere, ma solo l’istinto dissennato di armare la penna e scrivere.

Giovanni Bollini
INK Radio


Costermano può essere annoverato come iperluogo letterario nel Dizionario delle Opere e degli Autori. Costanza Savini, giovane scrittrice residente a Bologna e sua abitante periodica, lo ha prescelto come deposito di vite vissute e fantasticate per un libro intitolato “Il lago in soffitta” edito nel 2007 da Mursia, già notiziato nel marzo 2004 col titolo “Sfollati a Costermano”. In questo libro è narrato il soggiorno in una grande villa padronale, ben nota ai costermanesi, nel periodo della Repubblica di Salò (1943.1945), dei componenti “sfollati” di più nuclei famigliari (quattro).
Imparentati e comproprietari sia dell’immobile che dell’azienda agricola annessa, costretti dal regime fascista a ospitare un generale repubblichino con moglie e cinque figli. Costermano risulta già iperluogo letterario nel primo libro della Savini, pubblicato nel 2002 dall’editore Campanotto col titolo “Le saponette magiche”. Il nuovo libro, che ha la struttura e la corposità di un racconto lungo quanto un romanzo medio, però, lo sovradimensiona sino a farlo risultare luogo magico come il Macondo di Garcia Marquez. Un luogo magico nel quale sono state vissute realtà magiche, stabilendo rapporti magici con le cose, le piante e le persone vive e defunte. La quantità di vissuto personale che Costanza Savini ha riversato nei racconti già pubblicati, continuando a riversarla ne “Il lago in soffitta”, è notevole. Il “tempo” che fu dei suoi Avi, fino ai suoi genitori, con reviviscenze nel tempo attuale, è narrato con puntigliosità e precisione. Quasi certamente, la giovane scrittrice ha scelto di narrare il periodo storico dello “sfollamento” della sua famiglia, da Bologna a Costermano, e degli altri parenti con residenze in altre città bersagliate dai bombardamenti, alla ricerca di ciò che è stata la sua adolescenza nella grande villa sulle pendici del monte Baldo, di fronte al lago di Garda: per mettere a fuoco la propria identità interiore ed esteriore (abiti compresi) nel tempo della sua esperienza scrittòria. La verosimiglianza delle vicende narrate risulta compiuta.
L’epoca storica e gli accadimenti che la connotano è indiscutibile, oltre che dettagliata, anche per quanto riguarda le date. Come protagonista principale, al lettore s’impone l’adolescente Nina, onnipresente e iperintraprendente: inequivocabilmente alter-ego della scrittrice che la rivive reincarnata in sé consapevolmente e con compiacimento. Nina è un’adolescente che si è predestinata a diventare scrittrice, affascinata da tutto ciò che riguarda l’esoterismo, attenta a cogliere ogni manifestazione dell’invisibile, attratta dal mistero. Ragion per cui effettua incursioni nel paranormale, nello spiritismo e nei fenomeni di percezione extrasensoriale, coinvolgendo i cugini coetanei nelle sue ricerche e nei suoi esperimenti, i cui esiti sono rivelati nelle ultime pagine. Concludo scrivendo che Costanza Savini ha progettato e realizzato il suo nuovo libro come “libro per tutti”. Il “vero storico” lo ha appreso, ovviamente, dai genitori: successivamente lo ha “verificato” leggendo libri e conversando con persone coetanee dei genitori. Il “nerbo” dell’intera narrazione è costituito da un notevole biografismo trasfigurato in invenzione letteraria verosimile. Le incursioni nel paranormale si fanno supporre supportate da conoscenza sperimentata e non soltanto libresca.

Enzo Rossi Roiss
www.rossiroiss.it


UNA NUOVA STAGIONE LETTERARIA

Una domanda ci assilla. È dunque possibile costruire un luogo di indubitabile civiltà letteraria? È possibile che si affermi una nuova generazione di autori che scriva per conoscere e conoscersi, per affermare un comune modo di sentire, per scavare e indagare il lato oscuro che ogni città vorrebbe celare ma che tante vicende delittuose hanno evidenziato e che, ricordiamo, un autore come Paolo Bacilieri ha indagato con acume e intelligenza? È possibile che letterariamente, magari a partire dal “filone” ragazzi, si esca dalla disgregazione, dalla solitudine, da una certa inconsistenza della “letteratura veronese”? Verona è sempre stata contraddistinta da un’accentuata diffidenza verso le diversità e le novità. Non a caso – sostiene Mario Allegri – “a muovere le acque – nella cultura come nelle iniziative economiche o industriali – saranno i non mai troppo amati forestieri”.
I nuovi autori in sintonia con il grande mondo della parola, con l’universalità della proposta letteraria potrebbero contribuire ad uscire da una non più sopportabile marginalità dai centri dell’elaborazione culturale e della proposta editoriale. In fondo questo limpido romanzo di formazione di Costanza Savini ci pone questa domanda e, nello stesso tempo, abbozza una risposta tutto sommato matura. Perché elegge un luogo incantato, Costermano, più verosimile che vero, a punto di riferimento. Senza “provincialismi”, se questa parola ha ancora un senso. Savini dice che vale la pena di tentare, di provare a costruire una comunità letteraria che parla attraverso le sue opere. È capace di poetica, ovvero di interpretare il mondo. Desidera confrontarsi, conoscere e ascoltare. Interpreta la letteratura come attitudine a rappresentare l’universo umano che ci circonda. Con quel tocco di lunatico, di malinconico, di fantastico che caratterizza il retroterra veneto e da cui Verona assai si distingue. È il viaggio che i ragazzi Del Meis, come anche i Generalini, protagonisti di Il lungo viaggio di Nina sfollata a Costermano, costretti, come abbiamo riferito, ad una difficile e impegnativa convivenza in una vecchia villa, ci invitano a compiere. Il loro percorso verso la maturità è lo stesso che compiono i protagonisti in Cuore di Edmondo de Amicis, in Pinocchio di Carlo Collodi, in Giamburrasca di Vamba e in Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno: “giovani” personaggi non ipocriti della letteratura in cerca del loro destino. In un tempo lontano, che il romanzo evoca, e in fondo assai simile al nostro, un mondo antico e inquietante moriva senza pace e uno moderno e libero cercava di imporsi, senza riuscirci davvero. In fondo, la nostra è una stagione felice, nonostante l’immensa desolazione che, come allora, ci circonda, perché si offre al seme fecondo del nuovo. Il romanzo di Costanza Savini è una speranza, un possibile inizio.

Claudio Gallo